Ondata di violenze nella capitale keniana, politica e criminalità vanno a braccetto
Assalti alle automobili in pieno giorno, furti, rapine in
banca. Un’ondata di violenza ha colpito la capitale keniana Nairobi, facendo negli
ultimi tre mesi oltre 50 vittime, tra cui due statunitensi e personalità di
spicco del mondo scientifico locale. Ma quella che sembrava una recrudescenza
nell’attività
delle gang che controllano la città potrebbe rivelarsi un fenomeno molto più
preoccupante. In vista delle elezioni di novembre, le gang sarebbero state
assoldate da alcuni politici, che chiedono “una mano” durante la campagna elettorale
in cambio dell’impunità per i crimini commessi.
Criminalità. Rapine e violenze non sono mai state estranee alla città,
conosciuta negli anni ’70 con il gioco di parole di
Nairobbery (
robbery in
inglese significa rapina). Ma colpisce il fatto che, negli ultimi mesi, gli
assalti agli automobilisti siano diventanti frequenti anche durante il giorno,
e che si concludano spesso con la morte del malcapitato. A farne le spese, tra
gli altri, un missionario statunitense e la figlia, freddati alcune settimane
fa. Anche le rapine in banca e i furti nelle case sono cresciuti, tanto da far
finire il Kenya nell’elenco dei Paesi considerati a rischio dal Dipartimento di
Stato Usa. “Una decisione paranoica – commenta il portavoce della polizia
Gideon Kibunjah, raggiunto telefonicamente – visto che nel mese di gennaio
abbiamo registrato un aumento della violenza dell’1 percento, mentre in
febbraio la situazione è tornata alla normalità. Il Kenya è un Paese sicuro,
non un paradiso per
gangsters”. Poco
più che ordinaria amministrazione insomma, secondo la linea delle autorità. Ma
l’opinione pubblica non sembra pensarla allo stesso modo.
Collusioni. “Il problema della violenza sta crescendo molto – dichiara
al telefono il giornalista Kennedy Ablao Oluoch, corrispondente della Panapress – e i diplomatici residenti a
Nairobi ne sono a conoscenza. Per questo stanno facendo pressione sul governo”.
“Ieri, per la seconda volta in una settimana, una gang armata di Ak-47 ha fatto
irruzione in una scuola elementare – rincara la dose Dennis Onyango, direttore
del quotidiano Eastandard– i
responsabili però sono rimasti impuniti. Anche perché c’è il fondato sospetto
che godano della protezione di politici molto in alto”. La situazione attuale,
a nove mesi dalle elezioni, assomiglia a quella della prima repubblica keniana
degli anni ’70, quando il presidente Daniel Arap Moi veniva accusato di
finanziarsi le campagne elettorali con i soldi procuratigli dalla malavita.
“Alcuni candidati hanno già preso contatto con le gangs – prosegue Onyango – e
in cambio dell’impunità per le bande chiedono una parte dei proventi per la
campagna elettorale e manforte per intimidire gli oppositori”.
Armi. Il legame tra politica e criminalità in Kenya sembra più
stretto del previsto. Tanto che il governo avrebbe approfittato delle
periodiche amnistie, pensate per decongestionare le carceri, per liberare
alcuni tra i più pericolosi capi banda. “La polizia non ha il controllo sui
nomi di chi viene amnistiato – rivela Onyango – in questo modo è molto facile
per i leader malavitosi pagarsi la libertà tramite mazzette e confondersi in
mezzo agli altri prigionieri in uscita. L’ultima volta sono stati rilasciati
più di mille prigionieri, tra cui alcuni pezzi grossi della malavita locale”.
A contribuire all’ondata di violenze ci sarebbe anche una
(prima impensabile) disponibilità di armi di grosso calibro. Le autorità
ritengono che la maggior parte dei fucili d’assalto finiti in mano alle gangs
provenga dalla Somalia. “Vista la guerra civile somala, centinaia di persone
tentano ogni giorno di attraversare la frontiera – conferma Kibunjah – e molte
sono armate. Nonostante la chiusura dei posti di confine, monitorare l’intera
frontiera non è facile, anche perché molti immigrati si nascondono nelle
foreste durante il giorno e attraversano il confine con l’oscurità”. Una versione
a cui però Onyango non crede: “La scusa delle armi è stata usata troppo a lungo,
sarebbe ora di capire che il problema è in casa nostra”.