Da quattro giorni la cittadina di Tal-Afar, 450 km a Nord di Baghdad e a 75 km
dal confine con la Siria, e la città di Falluja, 50 km a Ovest della capitale
irachena, sono sotto il fuoco dei bombardieri statunitensi. Le cifre non sono
confermate, ma le agenzie di stampa parlano di almeno 45 morti e ottanta feriti
nella sola Tal-Afar, più una decina di vittime a Falluja. I portavoce della coalizione
hanno parlato di “un’operazione congiunta con le forze armate irachene per liberare
le due città dal controllo dei terroristi”, ma fonti ospedaliere irachene parlano
di decine di bambini, donne e anziani che hanno perso la vita durante gli attacchi
aerei.
La situazione è fuori controllo in quasi tutto il Paese, mentre continuano a
rincorrersi le ipotesi rispetto all’ultimo rapimento di stranieri in Iraq, quello
di Simona Pari e Simona Torretta. Mercoledì 8 settembre 2004, il panorama delle
interpretazioni sul cambiamento di strategia della guerriglia irachena, che non
colpisce più obiettivi strategici, ma sposta il tiro contro persone estranee alla
logica della guerra, come giornalisti e cooperanti, si è arricchito del parere
del professor Jhonatan Stevenson, esperto di anti-terrorismo inglese che lavora
per il Iiss (International Institute for Strategic Studies) di Londra.
“I terroristi hanno cambiato obiettivo: ora puntano sui soft-target”, ha spiegato
l’esperto, “donne, bambini, giornalisti, volontari. Non sono protetti e allargano
l’impatto mediatico delle azioni dei terroristi. Rapire o uccidere un soldato
può sempre essere considerato un rischio del mestiere che queste persone hanno
scelto. Rapire gente innocente comporta un maggiore impatto emotivo sull’opinione
pubblica dei Paesi che compongono la coalizione. Questo genera una maggiore pressione
sui rispettivi governi che potrebbe portare al ritiro delle truppe dall’Iraq.
In questo senso, gli esempi di Spagna e Filippine sono stati due successi per
la lotta armata”.
Questa interpretazione quindi dà per scontata una scelta strategica della guerriglia
irachena. La sua versione però non convince tutti, a cominciare da Ali Rashid,
portavoce dell’Autorità Nazionale Palestinese ed esperto di vicende mediorientali.
“Non sono assolutamente d’accordo con questa tesi”, dichiara Rashid, “questa lett ura è fuorviante. Ho dei dubbi fin dalle prime decapitazioni rese pubbliche attraverso
dei videotape. Quale gruppo di resistenza che voglia ottenere la solidarietà internazionale,
peraltro dimostrata dalla stragrande maggioranza delle opinioni pubbliche occidentali,
avrebbe interesse a mostrare un volto tanto barbaro e feroce? Baldoni è stato
assassinato senza quasi aspettare che scadesse l’ultimatum. Si era già deciso
di ucciderlo”.
“I massimi vertici religiosi, sia sunniti che sciiti, hanno duramente condannato
il rapimento delle cooperanti italiane, dei giornalisti francesi e del povero
Enzo Baldoni”, sottolinea Rashid, “d’altro canto il nazionalismo laico, quello
più politicizzato, ha il solo scopo di liberare l’Iraq dall’occupazione straniera.
In che maniera tutto questo può tornargli utile? Cosa può guadagnare in termini
di sostegno internazionale dal rapimento di persone che spendono la loro vita
ad aiutare la popolazione civile irachena oppure a raccontare il dramma della
gente sotto le bombe? Nessuno di loro era in qualche maniera compromesso con l’apparato
industriale-economico dell’occupazione, quindi è assolutamente controproducente
attaccare degli innocenti”.
Anche alcuni comportamenti delle truppe d’occupazione sono di difficile interpretazione.
Il 3 settembre 2004 è stato arrestato Abdul Jabbar al-Kubbaysi, presidente dell’Alleanza
Patriottica Irachena ed esponente di quella resistenza laica e nazionalista alla
quale faceva riferimento Ali Rashid. Dopo un esilio di trent’anni, al-Kubbaysi
si è sempre battuto per la fine dell’occupazione militare, ma ha sempre condannato
gli episodi di violenza. Perché arrestarlo? Un altro episodio poco chiaro è quello
dell’attacco militare sferrato proprio il giorno e nella zona in cui sembrava
che sarebbero stati rilasciati i due reporter francesi. Perché?
Ai dubbi generati da questo repentino cambiamento di strategia della guerriglia
irachena e da certe scelte degli occupanti, si sono aggiunte le dichiarazioni
di Hussein Ali Kamal, vice-ministro dell'Interno dell'Iraq e capo dei servizi
di sicurezza. Il politico ha sottolineato la specificità delle attrezzature e
della tecnica utilizzata dai terroristi per rapire le due italiane e i due iracheni
dalla sede di ‘Un ponte per’ e di ‘Intersos’. Ha fatto riferimento ai servizi
di sicurezza stessi. Come lo spiega signor Rashid?
“Ho trovato subito molto strano il luogo del sequestro”, spiega il diplomatico
palestinese, “una zona della Baghdad più ricca e sicura. Una zona dove la guerriglia
non esiste. Noto che l’insediamento di John Negroponte come ambasciatore degli
Stat i Uniti ha coinciso con un mutamento delle tattiche dei sequestri. Tutti conoscono
il passato di quest’uomo e lo conoscono soprattutto le popolazioni del Sud America.
Per non parlare del premier Allawi che, durante il suo esilio negli Stati Uniti,
lavorava per la CIA e gestiva una rete di terroristi in Iraq. Non ho certezze,
ma sicuramente queste due figure controverse non aiutano a fare chiarezza”.
“Quello che si può notare”, conclude Rashid, “è che viene fatta passare una lettura
degli eventi sempre più radicale. Sembra che si voglia scavare un solco sempre
più profondo tra il mondo arabo-musulmano, rappresentato nella sua generalità
come un esempio di barbarie senza fine, e il mondo occidentale, portatore di democrazia
e di civiltà. Questo, da un lato aiuta i fautori dello scontro di civiltà, dall’altro
tace di tutta quella parte della popolazione araba e musulmana moderata e desiderosa
di un dialogo basato sul rispetto reciproco. Inoltre tutto quello che sta accadendo
sposta l’obiettivo dal problema che sta alla base di tutto questo: una guerra
ingiusta, un’aggressione che destabilizza tutta l’area e che la grande maggioranza
delle opinioni pubbliche occidentali rifiutano”.
La situazione in Iraq è fuori controllo. Le bombe continuano a mietere vittime
innocenti in tutto il Paese. Di Simona Pari e Simona Torretta non si hanno notizie,
come dei due giornalisti francesi e degli altri ostaggi. Mentre il fragore della
guerra si sovrappone alla ridda di ipotesi sui rapimenti, non tace la voce dei
bambini iracheni e dei loro genitori che hanno sfilato per le strade di Baghdad
chiedendo la liberazione degli ostaggi.